Statistiche
Visite Oggi: 8
Visite Ieri: 180
Visite nel mese: 2730
Visite totali: 134854
Stats dal: 2002-01-01
Social
Home

Thailandia 2007, ancora in viaggio --- NON USARE

Foto e testi di Marcello Catalano

Lasciandomi anche quest’anno l’inverno alle spalle, ai primi di gennaio ho raggiunto per la quarta volta la Thailandia, dove sono rimasto due mesi. L’anno scorso non avevo fatto in tempo a visitare alcuni posti e ce n’erano altri dove non avevo trovato le piante che cercavo ed ero quindi intenzionato a riprovarci.

Le avventure più incredibili sono state all’ordine del giorno, anche perché proprio ogni giorno mi spostavo da una città all’altra. Mi limiterò come al solito a darvi un breve resoconto delle novità botaniche (vi ricordo che per i dettagli su ogni mio viaggio e sulle mie scoperte potete andare su www.nepenthesofthailand.com) e un assaggio degli episodi più notevoli che per primi mi vengono alla mente.

Ogni volta che trovo un nuovo posto con delle Nepenthes che non siano la solita e onnipresente N. mirabilis, è come trovare un nuovo pezzo di un puzzle che penso richiederà ancora qualche anno prima di essere terminato. Esso darà una chiara idea della distribuzione e delle caratteristiche di tante specie ancora così poco conosciute. Vi sorprenderà sapere che specie come N. gracilis e ampullaria, onnipresenti in coltivazione e per molti esperti scontatamente diffuse anche nel sud della Thailandia, si limitano invece ad esistere in due o tre luoghi soltanto. Mentre specie meno conosciute come N. smilesii sono distribuite con un buon numero di colonie sulle montagne che circondano la regione del nord-est. La fantomatica N. thorelii, che fino a poco tempo fa tutti pensavano di conoscere, senza invece capire che quella che chiamavano N. thorelii era appunto N. smilesii, continua ad essere circondata dal mistero: non si è infatti ancora sicuri di quale sia il suo aspetto e le sue peculiarità tassonomiche.

Sono ormai passati più di sette anni da quando Martin Cheek ha scoperto la nuova specie di pianura che cresce nel sud, vicino ad Hat Yai, dandole il nome di N. kongkandana, dalla direttrice dell’Orto Botanico di Bangkok, Mrs. Kongkanda. Ma se non fosse che tra le piste che seguo c’è proprio quella di cercare di ripercorrere le tappe di Martin in Thailandia, questa nuova specie sarebbe rimasta completamente nell’ombra per chissà quanti altri anni. Invece in esclusiva su questa pagina potete vederne alcune foto.

Ho anche trovato un sito fantastico pieno di quella strana forma di N. mirabilis che proprio Martin definisce “Trang bizarre variant”, a significare che per quanto variabile sia questa specie, in questo caso si tratta proprio di qualcosa di eccezionale, a mio parere appena a pochi passi dal diventare una nuova specie. D’altronde a pochi chilometri da Trang si trova l’ormai celebre arcipelago di Phangà, dove la N. globosa (anche lei non ancora ufficialmente pubblicata) cresce su un’isola la cui ubicazione è conosciuta solo da un paio di famiglie del luogo. La N. globosa è quasi identica alla N. mirabilis “bizarre”. Le poche differenze fra le due sono forse dovute all’isolamento della N. globosa, isolamento che l’ha resa nel tempo una specie a sé.

Non è un caso che proprio N. thorelii, ampullaria, gracilis, globosa e questa nuova specie siano tutte specie tipicamente di pianura e allo stesso tempo quasi impossibili da trovare nell’ambiente naturale. Come mi ero infatti reso conto durante il mio primo viaggio di ricerca, gli unici ambienti protetti e destinati a parco naturale in Thailandia sono le montagne; praticamente tutto il resto della foresta originale è stato annientato, raso al suolo, coperto di cemento e di piantagioni di ogni sorta. Non so se il governo ha creato queste aree protette pensando di preservare gli ultimi angoli incontaminati del Paese o se piuttosto si è detto “sono avanzate, non possiamo coltivarle o coprirle di edifici, allora rendiamole parco naturale, e facciamo anche pagare un biglietto salato ai turisti che vogliono visitarle”.

Una volta esplorati i parchi nazionali e le località indicate sugli esemplari essiccati custoditi negli erbari, l’unico modo per poter trovare e studiare le pochissime colonie rimaste sarebbe quello di rivolgersi ai cosiddetti villagers, gli abitanti dei villaggi e delle aree più povere. Essi guadagnano i pochi soldi che gli servono approfittando di ogni opportunità, inclusa quella di vendere al mercato il mokao moken ling (thailandese per Nepenthes) che cresce nella foresta dietro la loro casa o sull’isola più vicina, in aree piccolissime o che sarebbero comunque introvabili per chiunque non viva proprio lì di fronte. Ma di certo il villager non sarà disponibile a dirvi dove ha trovato quella pianta, per paura che possiate soffiargli la fonte del suo guadagno. Così a volte succede che da una parte si cerca per mesi di capire da dove provenga una pianta, cercando di estorcere informazioni ai villagers, mentre dall’altra nel giro di pochi giorni un imprenditore riesce a distruggere quella stessa popolazione di Nepenthes (non di rado una specie nuova o rarissima, che forse cresce solo in quell’angolo del pianeta) perché per lui si tratta solo di erbacce che coprono la spiaggia dove sorgeranno le sue nuove villette di lusso o infestano la palude destinata a diventare la sua meravigliosa risaia.

Altre volte sono i villagers stessi che a furia di raccogliere in maniera sconsiderata le piante fanno in tempo a portarle via tutte prima ancora che qualcuno riesca a vederle in natura, a fotografarle, a capire che specie sono e a diffonderle in coltivazione in modo appropriato. Coloro che si occupano di Nepenthes da anni, tassonomi o vivaisti che siano, si sono ormai arresi di fronte alla triste realtà: nel giro di pochi decenni gran parte di queste piante scomparirà dall’ambiente naturale, e potremo ammirare in coltivazione solo le specie che saremo riusciti a salvare per tempo con un’adeguata distribuzione sul mercato.

Ripensando ai miei due mesi passati nell’ossessionata ricerca di nuovi siti, il momento più emozionante non è stato nella foresta o su una bianca spiaggia, né sulla cima di una montagna o durante l’attraversamento di una lago con una barchetta a remi. Ero a Suratthani, nel sud. Per l’ennesima volta mi trovavo davanti al computer, nella mia guesthouse, cercando su internet qualche informazione che mi potesse aiutare a trovare il sito indicato su un esemplare essiccato. Vedete, non è facile quando una targhetta posta su un esemplare raccolto nel 1928 dice “Nepenthes species, Bung, Ubon” oppure “Kanchanadit, Surat, altitude 1.5 mt”. A voi questi nomi non dicono niente, ma possono corrispondere a “Torino, Piemonte”, quando magari la pianta si trova di fatto solo in un’area di 15 metri quadrati sul lato di una montagna nella provincia di Torino. Negli ultimi anni sono diventato un’esperto dei luoghi impossibili proprio per questo. Posti che tutto il corpo di polizia della provincia non aveva idea che esistessero o che si chiamassero così. Il problema con l’esemplare di Surat stava nell’altitudine: “1.5”. Che diavolo voleva dire? Io pensavo 1500 m, e altri lì per lì mi hanno dato ragione quando ho mostrato loro la foto dell’etichetta. D’altronde era impossibile che indicasse proprio un’altitudine di 1,5 m sul livello del mare. Nel distretto di Kanchanadit c’è una montagna di 1513 m, che quella mattina è diventata il mio obbiettivo. Stavo quasi per mettermi d’accordo con lo staff per un’incredibile spedizione di tre giorni sulla cima di quella maledetta montagna, quando mi è stato detto che essa era di fatto appena fuori dal distretto, e ho abbandonato l’impresa. Così verso l’ora di pranzo stavo cercando notizie più precise su “Kanchanadit, Surat, altitude 1.5 mt” quando mi venne in mente di cercare tutto il possibile su Kerr, il botanico che aveva raccolto l’esemplare.

Con molta fortuna scovai un documento riguardante una qualche specie di felce. Tra coloro che ne avevano raccolti degli esemplari c’era proprio Kerr. Con un sussulto vidi che tra gli esemplari raccolti ce n’erano alcuni da “5 mt altitude” o da “15 mt altitude”, quindi evidentemente Kerr non solo era molto pignolo, ma aveva effettivamente modo di calcolare l’esatta altitudine di un luogo che si trovava praticamente in pianura. Tornai nella mia stanza contento solo fino a un certo punto e cominciai a girare in circolo e a pensare. Qualcosa non andava. Va bene essere pignoli, ma non fino ad indicare “1.5 mt”. Pensa che ti ripensa, mi trovavo davanti a un muro insormontabile. Non era 1500 e non era 1,5. Quello stesso enigma ormai mi devastava da mesi, era un’ossessione. C’erano già state altre quattro o cinque occasioni in cui il luogo segnalato sull’etichetta pareva non esistere, esemplari apparentemente raccolti su montagne di 1000 m in province con altitudini non superiori ai 700 m. Mi sentivo un fallito, non esagero, incapace per l’ennesima volta di raggiungere il mio obbiettivo. Poi ci fu un lampo. Qualcosa che il mio occhio aveva registrato ma che non aveva trasmesso al cervello fino a quel momento. Un pensiero involontario che il mio inconscio pareva avermi mandato perché ormai esaurito da tutto quel pensare. Rotolai giù dalle scale e poi di nuovo su internet. Tornai a guardare quel documento.

Trovare la soluzione del mistero e gioire furono due sensazioni talmente rapide e vicine fra loro che addirittura si ostacolavano, e dovetti riguardare il documento due o tre volte, essere sicuro di aver bene inteso, prima di lasciarmi andare. Avrei voluto urlare e saltellare, ma nessuno avrebbe capito. Quello sciagurato di Kerr aveva una pessima scrittura, avrebbe dovuto compilare quell’etichetta con una macchina da scrivere piuttosto che con la sua mano. Ma sullo schermo del computer non c’era possibilità di errore, in tutti gli esemplari raccolti da lui l’altitudine era preceduta da una “c”, che internazionalmente in botanica sta per il latino “circa”. Ricontrollai l’etichetta del mio esemplare. Quasi impossibile da decifrare, ma effettivamente era una “c”, non un “1”. “C. 5 mt”, circa cinque metri. Avrei voluto strozzare Kerr, ma la mia mente era troppo occupata a rendersi conto che forse quello era lo stesso motivo per cui non riuscivo a trovare tutti gli altri posti. Come una rivelazione divina mi si è aperta improvvisamente di fronte la realtà, luminosa, piena di meraviglie e di nuove piste da seguire: Bung era a 100 mt, non 1100, Kao Kuap a 600 mt, non a 1600, Adang a 500 mt, non a 1500. I giorni passati a cercare posti inesistenti, studiando addirittura il possibile cambiamento dei confini delle provincie negli ultimi cento anni, nella possibilità che in origine includessero il luogo che cercavo, ora erano finalmente solo un brutto ricordo. Quello è stato il giorno più emozionante, è stato come trovare quattro siti in dieci minuti, anche se di fatto ancora non li avevo visitati.

Per quanto riguarda il resto del viaggio, quando si parla di avventure i momenti più tragici si trasformano nei ricordi più belli.

Ho rischiato di spaccarmi la testa ad Adang, un’isola del sud. Sono approdato da solo, come un naufrago, visto che tutti i turisti preferiscono la vicina Ko Lipe per le loro vacanze di lusso. Con i jeans piegati fino al ginocchio e i due zaini sulle spalle ho attraversato la spiaggia e ho raggiunto i ragazzi dello staff (tutte le isole della zona sono Parco Nazionale) al tavolino dove stavano condividendo sigarette e whisky. Al mio solito “mokao moken ling?” tutti hanno risposto con la solita espressione completa di bocca aperta e sguardo interrogativo. Ho passato la serata spiegandomi con il responsabile dei rangers, il quale fortunatamente parlava un po’ l’inglese e ha cercato di aiutarmi, senza liquidarmi con il solito “no mokao, no mokao”, nonostante nessuno di loro in più di un decennio avesse mai visto Nepenthes su quell’isola. I tre soli posti raggiungibili erano due cascate e un picco affacciato sul mare, e quei tre posti il giorno seguente ero intenzionato a raggiungere. Quella sera ho mangiato una zuppa al ristorante, dove canzoni del calibro di “The Sound of Silence”, “Stand by me” e “What a Wonderful World” una in fila all’altra avrebbero piegato anche il peggiore dei cinici al più melenso romanticismo, figuriamoci i quattro o cinque turisti hippy, reduci cinquantenni di Woodstock appena usciti da un libro di Hemingway, che riempivano la saletta vicino al mare.

Sono andato a letto presto, nella mia tendina monoposto montata nella pineta vicino alla spiaggia; come cuscino una maglietta, e sotto la dura sabbia. Mi sono svegliato alle 6:30, coperto di formiche e tutto dolorante a causa dello scomodo giaciglio. Ma quando si prospetta la visita a un sito che potrebbe ospitare nuove specie di Nepenthes, l’eccitazione non ti fa sentire né il sonno, né il dolore, né le scomodità. Nel giro di un’ora ero già salito e sceso dal picco, lo Chado Cliff, che era troppo secco per le nostre piantine, e mi ero diretto verso le Pirate Waterfalls. L’amico Bao, il ranger che avevo incontrato il giorno prima, mi aveva spiegato che per raggiungere queste ultime bastava seguire la tubatura dell’acqua, che viene raccolta alla sorgente della cascata e distribuita a tutte le tre isole della zona. Incredibilmente si tratta infatti di acqua potabile. Non ho avuto grossi problemi a raggiungere la cascata. Ma purtroppo nel tornare indietro, come nella peggiore delle barzellette, mi son trovato davanti a un bivio: la tubatura si biforcava. Ovviamente ho seguito la tubatura sbagliata.

Me ne sono accorto perché mentre per arrivare alle cascate ci avevo messo più di mezz’ora, tornando indietro dopo quindici minuti ho visto la foresta diradarsi e apparirmi una bianca spiaggia desolata. Non ero troppo preoccupato. Perdersi all’aperto, in spiaggia, è meglio che perdersi nella giungla, e dopotutto, trattandosi di un’isola, camminando lungo la spiaggia sarei infine tornato alla base. Non avevo tenuto però conto della marea. A metà strada, dove prima c’era la spiaggia, mi sono trovato di fronte le onde e la scogliera rocciosa e notevolmente appuntita. Da buon sconsiderato ho preferito provare ad andare avanti arrampicandomi piuttosto che provare a ritrovare la strada nella giungla. Con lo zaino in spalla e a volte procedendo a piedi nudi, sembravo Tom Cruise all’inizio di Mission Impossible. Certo badavo bene ad ogni movimento delle mie mani e ad ogni appiglio a cui mi attaccavo, perché ogni errore sarebbe risultato in una caduta all’indietro, seppure al massimo di un paio di metri, e col mio cervello sugli scogli. Dopo più di un’ora, quando ormai la marea stava davvero salendo troppo, ho finalmente raggiunto il porticciolo e sono andato incontro ai rangers, che tranquilli parlavano di mokao moken ling sotto un gazebo.

Il responsabile del Parco aveva cominciato un giro di telefonate per sapere se qualcuno sapeva nulla di Nepenthes su Adang. Era ormai l’ora di pranzo quando finalmente l’ho sentito parlare al telefono in maniera più agitata, per quasi dieci minuti. Alla fine mi ha detto:“ok, c’è un ragazzo, un villager… dice che su una di queste montagne c’è una distesa piatta, con acqua corrente, scarsa vegetazione, simile alla savana africana… e tante piante strane… un fiore di loto con i petali di sette colori diversi e il mokao moken ling… lo sa perché su quella montagna c’era un villaggio tanto tempo fa, dove viveva anche lui… gli abitanti se ne sono andati perché quando lasciavano le barche attraccate vicino alla scogliera per raggiungere il villaggio, l’alta marea le faceva sfracellare sulle rocce… ora gli abitanti di quel villaggio stanno altrove sull’isola… sono tutti anziani, nessuno sarebbe in grado di tornare lassù”. Nessuno tranne il ragazzo in questione, appunto, il quale per andare lassù (seguendo la cascata Rattanà, il terzo e ultimo posto visitabile dell’isola) e perdere una giornata di lavoro voleva 1.500 Baht (circa 34 Euro). Il fatto che al telefono la stessa persona avesse riferito di come gli anziani del villaggio erano pronti a giurare che su quella stessa montagna vivevano enormi uccelli con il corpo di donna, ai miei occhi non toglieva veridicità al racconto, e anzi provvedeva a circondare il mokao di quell’alone di mistero e antica leggenda che da sempre lo caratterizza qui in Thailandia. Ma ci vuole ben altro per farmi sborsare 1.500 Baht dopo averne già spesi mille solo per arrivare in barca fin lì. Il sospetto che si trattasse solo di N. gracilis mi ha infine convinto ad accettare la proposta del boss del Parco: nel giro di un paio di mesi, incuriositi come sono a questo punto, andranno tutti lassù a vedere cosa c’è, e faranno delle foto al mokao per mio conto.

In un'altra occasione, proprio dietro suggerimento del boss di Adang, sono andato a Ko Pratong, un’isola dove lui stesso aveva visto Nepenthes in abbondanza. All’andata stranamente non ho pagato nulla. Il ragazzo biondo, coi capelli ricci, sosia del protagonista di Laguna Blu, che con mia sorpresa mi ha accolto all’arrivo, mi ha spiegato che quella era la barchetta dei rifornimenti, già pagata in precedenza da loro e per quello piena di cibo. Al ritorno rischiavo di dover pagare 1.500 Baht per un’altra barca. Ho chiesto alla proprietaria del resort di lusso (200 Baht per un piatto di riso per il quale normalmente si pagano 20 Baht!) dove crescesse il mokao. Dopo il solito giro di consultazioni mi hanno indicato la savana che copre l’isola per metà, e che giusto dieci giorni prima era tutta bruciata durante un impressionante incendio.

Sono andato spedito verso la savana, un inferno di sabbia bianca coperto di alberi, cespugli ed erba completamente neri, carbonizzati. Un caldo da scoppiare. Dopo un’ora senza risultati ho deciso di tornare indietro, area troppo vasta per trovare quattro Nepenthes agonizzanti, qualcuno doveva indicarmi il posto preciso. Con le gambe sporche di fuliggine e fradicio di sudore mi sono ripresentato al resort e mi hanno detto di andare da Mr. Chui, un matto che possiede una capanna-bar sulla spiaggia dall’altra partedella baia e gira tutta l’isola in moto da cross. Con entrambi gli zaini sulle spalle mi sono fatto quest’altra camminata. Dopo due chilometri di spiaggia torrida, un cartello di legno su un bastone piantato in terra segnalava “Mr. Chui” sulla destra. Ho salutato e spiegato la situazione a Mr. Chui, altro reduce thailandese di Woodstock con tanto di benda rossa in testa, capelli fino alle spalle e baffi fino al collo, giacca jeans e pancetta lasciata fuori dalla maglietta a respirare. Non gli pareva vero di avere l’occasione per dimostrare quel che le sue moto potevano fare. Saltando come su un cavallo drogato sulle dune di sabbia di quel paesaggio lunare carbonizzato, spesso con i piedi a terra per evitare di cadere entrambi, siamo arrivati da un suo amico, dietro la cui casa cresceva il mokao. “Sì, qui dietro… ma ora grande incendio… niente più mokao…solo queste poche piante che abbiamo raccolto”. Alcune piccole N. mirabilis crescevano in terra di fianco alla capanna. Una donna mi ha mostrato, qualche metro più in là, una grossa pianta di N. mirabilis che avevano coltivato per qualche anno. Era malridotta a causa della stagione, ho tagliato via tutti i frutti ormai secchi e ho raccolto i pochi semi che restavano.

Li ho spediti a Mario Beretta e al nostro “Aga”, sperando che il ricordo di quei giorni possa rivivere nelle piantine che spunteranno. Ora mi toccava cercare un modo per tornare, per lasciare l’isola.

Erano le 16:25. Avevo detto al ricciolino biondo che sarei tornato per le 16:30 per prendere la barca gratis dei rifornimenti che tornava a Kuraburi. Ho salutato Mr. Chui e mi sono messo a “correre”, per quanto fosse possibile farlo con due zaini in spalla sulla riva del mare. La bassa marea rendeva il paesaggio incredibile, tutta l’insenatura per decine di metri era coperta ora solo da un filo d’acqua, tanto che invece di percorre tutta la spiaggia era possibile tagliare in diagonale e raggiungere la riva opposta camminando sulla sabbia molliccia. Sembrava di passeggiare in mezzo al mare, e io parevo Gesù, ma col cappello, gli occhiali da sole, due zaini e coperto di cenere e sudore. Era il tramonto, un bellissimo tramonto. Ormai le speranze di trovare la barca che mi aspettava erano perdute. Mentre stavo già meditando di dormire sulla spiaggia piuttosto che pagare migliaia di Baht per dormire al resort, ho visto arrivare dalla riva opposta una minijeep in tinta mimetica. Andava zigzagando anche lei sul pelo dell’acqua, proprio verso di me. Mi aspettavo il solito saluto e le solite domande, “dove vai?”, “cosa fai?” etc. Invece in quella situazione surreale le parole che ho udito mi sono arrivate come l’ennesima prova che la mia fortuna a volte deve essere per forza dovuta a qualche angelo che mi protegge. “You… go… Kuraburi?”. “Yes!”. Ero nel mezzo della baia, o meglio del mare, quando sono saltato sul retro della minijeep e il mio nuovo amico mi ha riportato da Mr. Chui. Hanno chiacchierato, hanno bevuto una birra e subito dopo la jeep di Rambo mi ha portato dall’altra parte dell’isola, attraverso savane ancora bollenti e foreste di mangrovie.

Dall’altra parte dell’isola, al villaggio, il ragazzo si è prodigato per trovare qualcuno che per soli 300 Baht mi portasse in barca a Kuraburi. Mi sono sciacquato le gambe, riposato un po’ e fumato una sigaretta, finalmente all’ombra. Il ragazzo non si vedeva ormai da più di un’ora e cominciavo a perdere di nuovo le speranze. Era ormai buio da un po’ ed ero solo nella capanna, quando un uomo si è avvicinato e mi ha detto “You… go… Kuraburi? ”, “Yes!”, “300 Baht?”, “Yes!”. Siamo andati alla barca, una specie di lunga canoa con una tettoia a un’estremità. I due giovani sono saliti e siamo partiti. Andare su una di quelle barchette a motore in piena notte non è per nulla rassicurante. Per fortuna il mare era tranquillo come l’olio, ma alla mente non facevano altro che arrivarmi i fotogrammi de “Lo squalo”. A metà del tragitto, manco a farlo apposta, in piena stagione secca e dopo mesi di siccità, ha cominciato a diluviare. Ci siamo riparati sotto la tettoia per quanto possibile, ma appena ha finito di piovere i ragazzi hanno fermato la barca, proprio in mezzo ai canali di una foresta di mangrovie. Parlavano fra di loro e mi domandavo quale fosse ora il problema. Se già il mare di notte non è rassicurante su una barchetta, tanto meno lo è un canale in una foresta di mangrovie. I ragazzi procedevano lentamente con un remo, a motore spento. Per un attimo sono rimasto col fiato in gola quando quello dei due che teneva il motore si è seduto sul bordo della barca e poi si è gettato in acqua. Ma subito con sorpresa e smarrimento mi sono accorto che pur essendo nel mezzo del canale, l’acqua gli arrivava alle ginocchia. Ci eravamo arenati nella bassa marea. Uno dei due spingeva la barca a mano, l’altro all’estremità opposta gli indicava una direzione o l’altra, riuscendo non so come a capire dove l’acqua era più alta. Dopo una buona mezz’ora passata cercando di trovare la strada giusta, uno dei due è venuto da me e mi ha detto “ok…vieni”. “Oh santo cielo!” ho pensato, “vogliono che ce la facciamo a piedi da qui alla terraferma!”. Sono saltato in acqua coi miei zaini e ho camminato con loro nel mezzo del canale per qualche minuto, poi ho visto una piccola luce in mezzo alle mangrovie, come una lampadina.

L’acqua si è fatta più bassa e ho capito che senza accorgermene eravamo arrivati già a pochi metri dalla riva, un tratto di riva senza case o luci, solo un semplice porticciolo buio. Meno male. Volevo baciare la terraferma, ma subito il mio accompagnatore mi ha detto che mi poteva portare in moto fino in città. “100 Baht… motorbike… Kuraburi”, “No no no, 50 Baht”, “Ok… 50 Baht… boat 300 Baht”, “Ok, no problem”. A Kuraburi ci siamo salutati con affetto e mi ha indicato dove, intorno alle 23, sarebbe passato l’autobus per la prossima destinazione. Sono andato a mangiarmi una zuppa mentre tutti, turisti e non, mi fissavano. Al tavolo mi sono cambiato la maglietta fradicia, ma son dovuto andare in bagno per cambiarmi pantaloni, calze e scarpe. Allo specchio ho visto il motivo di tanta attenzione. La metà della mia faccia dal naso in giù era rosso fuoco, quella sopra bianco pallido, al centro stava la linea precisissima provocata dall’ombra del cappello.

Già solo con il resoconto di queste due giornate, tralasciando molti dettagli, ho riempito fin troppe pagine. Volevo accennare solo a un paio di occasioni, in cui i luoghi da visitare sono risultati essere purtroppo sulle montagne al confine con la Cambogia. Pare che un tratto di territorio largo fino a tre chilometri e disseminato di mine anti-uomo corra lungo tutta questa parte di confine. I posti che cercavo erano già di per sé introvabili, ma quando tramite ricerche incrociate su internet ho capito dove si trovavano esattamente, sono arrivato a far chiamare per telefono i responsabili dell’esercito dallo staff dei due parchi in questione. I militari hanno confermato che era impossibile recarsi sia su Kao Kuap che su Chong Bat Lak, e che in quanto polizia di confine era proprio loro dovere impedire a chiunque di arrivare fin lì per poi saltare in aria, come a fin troppe persone era capitato negli ultimi anni. Prima di fare esasperare anche i militari con la mia insistenza, al punto di sentirmi dire in modo sgarbato dove saremmo dovuti andare sia io che il mokao moken ling, ho preferito abbandonare l’impresa. D’altronde avevo solo bisogno di uno stop più deciso e specifico di quello della solita segretaria che mi dice “very dangerous”. Per inciso, gli esemplari raccolti in quelle località (descritte su vari documenti in rete come degli autentici paradisi della botanica) erano stati effettivamente trovati prima degli anni settanta, quando il governo della Cambogia ha deciso di piantare mine dappertutto.

Ormai sono rimasti pochi luoghi in Thailandia che mi preme di visitare. Troverò di certo molti più indizi a Londra, dove spero che ai Kew Gardens Martin Cheek potrà spiegarmi quel che ancora non capisco sulla tassonomia di queste specie e potrà mostrarmi gli esemplari più interessanti che ha portato via da Bangkok nel 2001, precedendo di poco la mia prima spedizione nella Terra del Sorriso. Oltre a Martin e agli esemplari che custodisce, l’unica fonte di sapere da me non raggiunta per quanto riguarda la distribuzione delle Nepenthes in Thailandia restano purtroppo solo i villagers...

Ultimo aggiornamento (Martedì 09 Marzo 2010 10:58)