Pinguicule in Val di Scalve
Foto e testi di Davide Ruggerii
Ci si può solo immaginare il fragore e la distruzione che hanno macchiato il 1° dicembre 1923, un ricordo ormai lontano, sconosciuto ai più, ma ancora vivido nelle menti e nei racconti degli scalvini. La val di Scalve è una valle piuttosto isolata, è un ramo secondario della val Camonica, profondamente scavata dal torrente Dezzo, che può essere ammirato in tutta la sua forza attraversando quello stretto e profondo canyon che è la “ Via Mala” . Conosciuta per le stazioni sciistiche di Colere e Schilpario, è quasi completamente sconosciuta per le miniere di ferro risalenti all’epoca medievale, chiuse poi nella seconda metà del ‘900 e per il crollo della diga del Gleno, al tempo unico esempio al mondo di diga mista a gravità e ad archi multipli, che provocò la morte di più di 350 persone. Fortunatamente ora il tragico ricordo è affievolito dagli sguardi curiosi e dai sorrisi degli abitanti di questa valle che, tra un mix di malinconia ed estasi, mi hanno accompagnato per la breve vacanza che annualmente, quasi come un rituale, trascorro qui. La presenza di piante carnivore in questa valle è documentata da prima degli anni 80 del XX secolo, così non potevo certo rifiutarmi di andare alla ricerca di queste. Già lo scorso anno avevo avuto la fortuna di trovare delle Pinguicule leptoceras lungo il torrente che scende dal passo del Vivione, ma ero intenzionato a confermare la presenza di P. alpina e Drosera rotundifolia.
Il primo giorno ho percorso il sentiero che dal rifugio Vivione porta ai laghi della valle Asinina e di Valbona dove oltre a incredibili sfagni rossi e piccole pinguicule leptoceras sfiorite, mi ha colpito la fioritura degli eriofori, che ricordano molto le piante del cotone.
Il secondo giorno ho imboccato, spedito, il sentiero che porta al rudere della diga del Gleno, un sentiero ripido e faticoso per la prima metà del percorso, completamente pianeggiante nella seconda metà. Il paesaggio è caratterizzato da un’alternanza tra rocce dolomitiche completamente nude e boschi di aghifoglie con sottobosco a mirtilli e cuscini di sfagni dove l’acqua rende costantemente umido il terreno. Lo spettacolo che si presenta, girata l’ultima parete rocciosa, mozza il fiato. Una pesante struttura ad archi cechi sbarra l’apertura della valle del Gleno ed attraverso l’ampio squarcio nella diga si vede ciò che rimane del vecchio lago artificiale. E’ proprio dietro la diga che inizia la mia ricerca, sui dolci pendii di origine glaciale costantemente percorsi da rivoli d’acqua nel periodo del disgelo. Come sperato eccole lì, parzialmente nascoste dalle erbe convivono pinguicule leptoceras e pinguicule alpine, purtroppo a metà di luglio entrambe le specie senza fiori. Un emozione indescrivibile mi ha colto osservando il profondo colore rosso di quelle pinguicule alpine mai viste dal vivo prima di allora, un’intensa soddisfazione accresciuta dall’incredibile contrasto tra i vivissimi colori che da sempre caratterizzano i paesaggi montani.
Il terzo ed ultimo giorno ho percorso la valle del Venerocolino, che prende il nome dall’omonimo torrente che sbocca nel torrente Vo, affluente del Dezzo, e nasce dal lago di origine glaciale del Venerocolo. Proprio quest’ultimo era la mia meta, poiché nei pressi di questo lago, che ha origine nei pressi dell’omonimo passo, è stato documentato il ritrovamento di Drosera rotundifolia. Il sentiero non è semplice per chi manca di allenamento come me, tanto che mi ci sono volute 5 ore per raggiungere il lago, invece che le 4 ore segnalate dal CAI, comunque ne ho approfittato per godere degli incredibili paesaggi. La prima parte del sentiero attraversa una pineta piuttosto fitta, è quindi notevole la meraviglia nel vedere una verdeggiante vallata che si apre dopo il bosco. Una meraviglia smorzata dallo sfacelo di tronchi ed alberi spezzati dal vento che giacciono sul sentiero intralciandolo. Si rimane comunque affascinati dai meravigliosi pascoli in fiore dove si riescono perfino a toccare le ultime propaggini dei nevai e dove si trovano meravigliose orchidee montane, numerosi esemplari di giglio martagone, semprevivi in fiore e qualche rara stella alpina. Salendo il sentiero si incontrano numerose pareti stillicidiose e prati umidi dove abbondano pinguicule leptoceras, è davvero interessante il sentiero, poiché sembra di ripercorrere al contrario le fasi vegetative di queste pinguicule. Quelle ad altezza minore presentano già frutti maturi e pronti ad aprirsi, salendo si regredisce nelle fasi vegetative fino ad incontrare esemplari in piena fioritura a circa 2300m di altitudine, proprio nei pressi del passo del Venerocolo. Ci si può quindi rendere conto della grande variabilità del fenotipo che caratterizza la fioritura. Sono molto frequenti fiori con i tre petali inferiori completamente bianchi, così come non è difficile trovare fiori con una singola macchia bianca sul petalo inferiore centrale. Giunti al lago del Venerocolo si incontrano facilmente le marmotte, così come con le vipere che sonnecchiano sulle rocce esposte al sole.
Purtroppo è stata grande la delusione nel vedere che lungo le sponde del lago non solo non crescevano le Drosere rotundifolie, ma l’ambiente non era nemmeno colonizzato dagli sfagni, che con tanta facilità avevo trovato nel bosco di fondovalle. Un po’ deluso, ma ugualmente felice, ho fatto poi ritorno a casa, dove riguardando le foto scattate, ho provato ancora le stesse emozioni che mi hanno catturato sulla cima delle Prealpi Orobie.
Ultimo aggiornamento (Venerdì 26 Febbraio 2010 16:31)









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