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Altri_generi Genlisea aurea

Genlisea aurea
  • Famiglia: Lentibulariaceae
  • Provenienza: Brasile centro-meridionale. La pianta è endemica dei seguenti stati brasiliani: Mato Grosso ad ovest, Bahia a nord-est e Santa Catarina verso sud-est.
  • Habitat: Terreni rocciosi molto umidi, spesso in presenza di stagni o corsi d'acqua, ad un'altitudine compresa tra 550 e 2550 metri. Il clima è tropicale sebbene, a particolari altitudini, le temperature possono raggiungere i 0° C (Genlisea aurea è quasi l'unica specie che resiste a bassissime temperature come notevoli popolazioni trovate sul Pico da Bandeira sui 2500 m) e l'umidità è generalmente del 60%

Note di coltivazione

Genlisea aurea è una pianta carnivora perenne, semi-acquatica e di modeste dimensioni. La sua struttura si compone di una parte superiore, aerea, che emerge dal substrato (dunque visibile) e una inferiore, immersa nel suolo e non visibile.

La parte alta è costituita da piccole foglie verdi, a forma di spatola, picciolate, lunghe 2-5 cm disposte fittamente a rosetta. Non sono carnivore e svolgono pertanto la naturale fotosintesi clorofilliana.

La parte bassa, invece, più complessa e interessante, è costituita da un secondo tipo di foglie, questa volta carnivore, dalla forma di una Y rovesciata, che si sviluppano dal lato inferiore della rosetta e svolgono la funzione di catturare microrganismi e insetti che abitano il sottosuolo. Occorre notare che la pianta non produce le tradizionali radici in quanto le loro principali funzioni (l’assorbimento di acqua, di minerali e l’ancoraggio al terreno) vengono già svolte dalle suddette trappole. La loro struttura può, anch’essa, essere divisa in due sezioni: una inferiore, costituita dalla divaricazione terminale della Y rovesciata, i due rami della quale sono percorsi da un’ala esterna a spirale che dà loro la tipica forma di una vite o di un cavatappi. Per tutta la sua lunghezza fino al centro della biforcazione, l’ala è percorsa da piccole fessure che permettono l’entrata alle prede e, grazie a  una fitta schiera di peli rivolti verso l’interno, ne impediscono la fuga. La sezione superiore (il gambo lungo della Y rovesciata) è invece cilindrico, senz’ala e senza fessure, e presenta al centro della biforcazione un’ulteriore entrata detta “bocca” e verso la metà del gambo lo “stomaco”, un piccolo rigonfiamento, una sacca, le cui pareti interne sono ricoperte da ghiandole digestive. L’intera trappola, dalle punte alla camera digestiva, è percorsa all’interno da un cilindrico canale cavo, in altre parole un vero e proprio tubo. L’intera trappola misura complessivamente 15-20 cm di lunghezza.

Il meccanismo di cattura è molto interessante. La preda viene attirata alla trappola per chemiotassi, entra dalle fessure e, impossibilitata ad uscire, è costretta a percorrere in risalita il “tragitto” (forzato dalla presenza lungo tutto il canale di peli coattivi) fino alla camera digestiva in cui avvengono la digestione, per mezzo del rilascio di enzimi, e quindi l’assorbimento della parte molle del malcapitato, morto per anossia. E’ giusto ricordare che Genlisea aurea cresce in terreni molto umidi e spesso può vivere sommersa a seguito di un acquazzone oppure per la vicinanza di un corso d’acqua, per cui è di norma che nelle trappole ci sia una costante presenza d’acqua che, assorbita anch’essa dallo stomaco, genera un leggero flusso unidirezionale che facilità il tragitto dell’insetto catturato. Tra le prede più comuni ci sono microbi, protozoi, larve, acari e dafnie.

Nel periodo di fioritura dal centro della rosetta emerge uno scapo fiorale di altezza compresa tra  20 e  40 cm in pianta adulta con numerose infiorescenze su cui sbocciano splendidi fiori dal colore giallo.

Etimologia: L’epiteto specifico aurea deriva dal latino aureus, aggettivo che significa “dorato” in riferimento al colore giallo vivace del fiore.

NOTA: Una delle particolarità di questa specie è quella di produrre una sostanza gelatinosa, una sorta di mucillagine sulle foglie non carnivore. I motivi non sono ancora del tutto chiari: alcuni botanici ritengono che si tratti di un’arma di difesa dall’attacco di vermi o altri organismi erbivori; altri, invece, sostengono che il muco, rendendo scivolosa la superficie della foglia, impedisce che detriti e alghe ricoprano la pianta che vive a pelo d’acqua permettendole di riceve la giusta quantità di luce solare per la fotosintesi. Quest’ultima teoria è supportata dall’osservazione di un fatto curioso, ossia che Genlisea aurea quanto meno riceve luce tanto più tende a produrre muco.